fair-playNaturalmente tocca in primis ai dirigenti ed agli educatori del rugby, ai giocatori più in vista come a quelli che praticano sui campi della ultima serie, essere d’esempio nel rappresentare nei propri comportamenti i valori del rugby. Perché il peggiore rischio che il rugby può correre è tradire nei fatti i suoi proclami.
Il rugby prospetta di vivere sinceramente i valori che lo contraddistinguono, e i valori non stanno sui manifesti o sulle targhe affisse nelle segreterie dei club: sono incarnati dale persone e solo le persone possono promuoverli. Col buon esempio.
Alcuni club, per richiamare l’attenzione dei partecipanti, redigono un Codice di Comportamento o Condotta o Codice Etico.
Di norma tali codici richiamano il Codice Europeo di Etica Sportiva e la Carta dei Diritti del bambini nello Sport (UNESCO, Service des Loisirs, Geneve – 1992) e sono strutturati con capitoli rivolti a dirigenti, allenatori/educatori, atleti, genitori/spettatori.
Questi documenti sono facilmente rintracciabili in rete e possono essere una buona fonte di riflessione.
Riflessione, perché ciascuna regola comportamentale,  affinché sia fatta propria dal club fino ad entrare nel suo Dna, deve essere ragionata e condivisa innanzitutto dalla dirigenza che se ne fa promotrice.

Un pur buon Codice di Condotta, abbandonato in un cassetto o dimenticato in una remota pagina del sito del club, non serve a nulla.

Una buona pratica da parte del Club, inoltre, è:
– adoperarsi per illustrare ad inizio stagione i contenuti del Codice;
– pianificare appuntamenti formativi sostenuti, compatibilmente con le proprie risorse,  anche da risorse esterne qualificate ed esemplari;
– verificarne con regolarità l’applicazione nella vita del club ad ogni livello.

…credere nel fair play, sempre.

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